I solari più nuovi proteggono dalla luce visibile

Fino a poco tempo fa la luce visibile, che compone circa il 50% delle radiazioni che raggiungono la superficie terrestre, era considerata priva di effetti fotobiologici significativi sulla pelle. Gli studi più aggiornati suggeriscono che non è così. Negli individui di carnagione scura, la luce visibile (che ha una lunghezza d’onda compresa tra 400 e 780 nm) può indurre una pigmentazione della pelle più intensa e più duratura rispetto agli UVA1 (ossia con lunghezza d’onda compresa tra 340 e 400 nm).

Inoltre, la combinazione di luce visibile e UVA1 è anche in grado di indurre eritema negli individui dalla pelle chiara. È una recente scoperta poiché lo spettro eritemogenico della luce solare era stato finora principalmente attribuito all’ultravioletto B (UVB) e agli UVA a lunghezza d’onda corta (320–340 nm). La fotoprotezione contro questa radiazione è quindi fondamentale per ridurre il rischio di fotodermatosi, melasma e iperpigmentazione postinfiammatoria.

Sì ai filtri minerali, ma si devono vedere

L’esposizione alla luce visibile proviene principalmente dal sole, ma anche da dispositivi elettronici come smartphone, tablet e schermi di computer. Tuttavia, la dose cumulativa di luce blu emessa da queste sorgenti a bassa intensità non raggiunge la quota dimostrata per indurre iperpigmentazione. Dunque è dalla luce visibile emessa dal sole che occorre proteggersi. In quale modo?

«I filtri che bloccano la luce visibile sono quelli che si vedono sulla pelle» commenta il dottor Giovanni Leone, direttore del Dipartimento di Dermatologia dell’Ospedale Israelitico di Roma, e presidente della Società Europea di Fotodermatologia (ESPD) . In particolare si tratta dei classici filtri minerali (ossido di zinco e biossido di titanio). Quando però sono presenti nelle creme in forma micronizzata per evitare l’aspetto “gessoso” della pelle, non hanno proprietà fotoprotettive nei confronti della luce visibile. Ecco perché si dice che per proteggere dalla luce visibile, il solare deve essere visibile. O quanto meno occorre trovare il giusto compromesso tra la grandezza delle particelle minerali e l’accettabilità cosmetica».

Filtri minerali colorati: l’ultima frontiera

Un’altra possibilità, molto diffusa in America, sono i filtri solari colorati: sono composti da una miscela di pigmenti di ossidi di ferro e biossido di titanio che riducono la trasmissione di luce visibile in percentuali molto elevate. Un recente studio ha valutato la capacità di una formulazione in polvere (fondotinta compatto) contenete pigmenti di ossido di ferro di schermare la luce visibile. Il prodotto è stato sviluppato in 4 diverse tonalità, dalla più chiara alla più scura. Tutte le sfumature hanno attenuato almeno il 93% della luce visibile; le tonalità più scure sono arrivate a oltre il 98%. Gli effetti di questa proprietà schermante si riscontrano su una diminuzione di dermatosi e iperpigmentazione causate dall’esposizione.

Così la luce visibile si scherma quasi del tutto

I filtri solari che includono pigmenti minerali migliorano il punteggio MASI (Melasma Area and Severity Index). Uno studio ha confrontato l’uso di una protezione UV che conteneva biossido di ferro (quindi colorata) e una normale protezione solare in 61 pazienti con melasma che stavano ricevendo idrochinone al 4% come trattamento depigmentante. Dopo 8 settimane, la protezione con biossido di ferro ha mostrato un miglioramento del 15%, 28% e 4% rispetto, rispettivamente, al punteggio MASI, ai valori colorimetrici e alla valutazione della melanina.

Oltre a migliorare il melasma dopo 8 settimane, i filtri contenenti biossido di ferro da solo o in associazione con ossido di zinco o biossido di titanio, ha prevenuto le ricadute dopo 6 mesi. Inoltre, la disponibilità di tonalità, ottenute combinando diversi tipi di pigmenti, possono offrire una protezione personalizzata oltre lo spettro UV per tutti i fototipi.